Non è tutta colpa delle PMI italiane se non innovano.



Mi capita abbastanza spesso di sentire consulenti e società di consulenza attribuire alle PMI italiane un sacco di colpe: non innovano, non investono in innovazione, non capiscono l'importanza delle nuove tecnologie, non vogliono dare fiducia ai dipendenti adottando lo smart working e molte altre colpe ancora. Sento questi discorsi da almeno quattro lustri, con poche variazioni al passare degli anni, ma il discorso non mi ha mai convinto molto.

Ora, posto che ho usato il termine "colpa" in modo volutamente un po' generico, mi domando: è davvero così? La "colpa" è davvero dei clienti (o dei "non-clienti", per essere precisi) che non apprezzano l'oro colato che arriva (potrebbe arrivare...) dai tanti consulenti pronti ad offrire il proprio aiuto? Il valore c'è, è comunicato e spiegato in modo comprensibile e nonostante ciò, per una sorta di immotivato masochismo autolesionistico, i piccoli imprenditori italici si rifiutano di coglierne i mirabolanti benefici?

Personalmente mi è capitato di incontrare un po' di tutto, di essere cercato e voluto, di propormi senza risultato, di far fatica a star dietro alla quantità e qualità delle richieste dell'azienda come di faticare a far accettare anche piccole innovazioni incrementali. In generale, la variabile è stata sempre la "cultura" dell'impresa con cui mi sono confrontato. Quanto più l'imprenditore ed i suoi manager (quando ci sono stati) avevano avuto occasione di leggere, vedere, studiare e capire tanto più è stato semplice e produttivo il rapporto con loro, che si trattasse di introdurre una innovazione tecnologica che una di processo.

Per dirla ancora meglio, ogni volta che tra me e l'impresa c'è una lingua, sintassi e grammatica comune le cose vanno molto bene. Quando questo non accade, quando ci sono difficoltà, è quasi sempre per "colpa" di questa mancata comprensione reciproca e dei temi in discussione. Fate conto di voler usare la favola della volpe e dell'uva per spiegare una cosa, ma il vostro interlocutore non ha mai visto una volpe, l'uva o un vigneto.

E qui veniamo al dunque - sempre che non abbiate abbandonato la lettura prima, nel qual caso, errore mio - al nocciolo della questione: chi educa le PMI? Chi avrebbe dovuto educarle? Chi avrebbe dovuto educare imprenditori e manager per primi, ma con loro tutti i collaboratori? Si può davvero fare loro una colpa del non aver voluto o esser riusciti a "studiare innovazione" da autodidatti?

La scuola non forma sui temi dell'innovazione, l'università (con poche eccezioni) non fa di meglio. I media sembrano più attenti a pascere mandrie di potenziali compratori di qualsiasi cosa che non a incuriosire, informare ed educare. Lo stato, oltre a non dare esempio di capacità di innovare (anche qui, con significative ma rarissime eccezioni) sembra ben poco capace anche solo di stimolare in modo intelligente una inversione di tendenza.

Rimangono consulenti e innovatori di professione, quelli dalle cui considerazioni son partito. Ma sono (e siamo...) davvero tutti senza colpa? Facciamo davvero sempre bene la nostra parte nella "filiera" dell'innovazione? Non ho una risposta buona per ogni situazione, ma inizio ad avere il dubbio che qualcosa stiamo sbagliando anche noi.

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