Posted by Alessandro Nasini on 08/04/2016 17:15 | Commenti (0)


Il termine non mi è mai piaciuto, lo ammetto. Ho sempre preferito usare “motivational design” se proprio dovevo, pur non essendo esattamente un sinonimo. Ho sempre temuto che la semplicità del concetto e la sua immediata comprensibilità rappresentasse un pericolo. E così è stato.

La gamification è diventata subito, è stata per anni e rimane ancora oggi, la bandiera di troppi per giustificare lifting estetici e raffazzonati di interfacce, applicazioni e processi mal progettati e spesso realizzati peggio.

“Chi non sa cosa è il gioco? Chi non ha giocato almeno una volta con il Lego o un videogame? Ecco, la gamification è un po’ questo: rendere piacevole e divertente fare cose che altrimenti non faremmo volentieri”. Questo avevano capito i troppi citati prima, questo hanno fatto. Per un numero incredibilmente ampio di committenti peraltro, facendo danni notevoli.

Non tutti i committenti erano seri e in buona fede, questo va detto, come va detto che un ridotto numero di addetti ai lavori capaci c’erano e ci sono oggi. Sono quelli che se pronunci “motivational design” non fanno la faccia semi-divertita di chi non ha capito nulla e cerca di darsi un tono.

Ovviamente questa mia è una provocazione a fin di bene. Non ho nulla contro la gamification in senso generale se non per l’infelice scelta del termine e per il contesto di applicazione. Il mio “essere contro” è per come è stata implementata, ovviamente.

E allora quale è il punto? Il punto è che ormai sono passati degli anni e potremmo dare per acquisito il fatto che pagare le tasse, prenotare le analisi del sangue, iscrivere i figli a scuola, scegliere la polizza assicurativa meno costosa, non è divertente e non lo sarà mai. Non è mettendo disegnini, lustrini, giochini a punti, premi, punti sconto e gadget che il cliente farà più volentieri quanto è di fatto costretto a fare per necessità.

E allora, come lo convinciamo? Io credo che sia possibile aiutare il cliente (ancor più se nel temporaneo ruolo di “utente obbligato” di un servizio) solo rendendo la procedura più comprensibile, lineare e rapida possibile. Cosa che forse può sembrare più complicata e costosa per il committente, ma nella realtà – quasi sempre – porta a risultati migliori della gamification forzata.

E della gamification cosa ne facciamo? Credo possiamo farne una regola di buon design, anziché un uso forzato e spesso fuori luogo.
Per spiegare meglio il concetto: potremmo gamificare il design, nel senso di progettare servizi e funzioni con la stessa attenzione e cura per scenari, situazioni, personaggi, regole, azioni, reazioni e risultati che si possono riscontrare in qualsiasi gioco, prima ancora che videogioco.

Come in ogni gioco che funziona, il numero di “passaggi” per raggiungere l’obiettivo (quello finale come quello intermedio) deve essere limitato e motivato. Non va bene se per avanzare nel gioco devo tirare 3 volte i dadi, pescare due carte e risolvere un enigma tutte le volte: è troppo, persino se il gioco è divertente. Pensate se dovete fare lo stesso per comporre la vostra polizza sanitaria o prenotare il tagliando dell’auto.

Invece, la congruenza d’insieme di ogni passaggio e momento di un videogame ben fatto ha del miracoloso. E guardate che lo dico non essendo un appassionato di gaming, pur studiandoli da tempo ed avendo progettato dei giochi.

Dunque, lasciamo la gamification al suo naturale ambiente di applicazione, usiamone i modelli e le tecniche dove è opportuno (i game designer concorderanno…) e riprendiamo a fare l’onesto lavoro di service designer e designer progettando servizi che funzionano per gli utenti perché pensati per loro e per i loro bisogni. Saranno forse meno “giocosi” ma certamente più utili ed efficienti.

Categories: Design, Social Posted by Susanna Spione on 16/12/2015 14:56 | Commenti (0)

A tutti sarà capitato almeno una volta di doversi recare presso un’azienda ospedaliera per i classici controlli di routine. Proprio nel caso di queste visite, capita spesso di doversi recare in strutture che l’utente conosce poco o addirittura per niente. La prima cosa che si fa è cercare un box informazioni per capire come muoversi all’interno di questi edifici, sempre più grandi e sempre più simili a labirinti.

Negli ultimi anni si è cercato di agevolare gli spostamenti degli utenti segnalando e differenziando con colori i percorsi da seguire per giungere nella maniera più rapida al reparto, ma nella maggior parte dei casi il risultato è ancora molto lontano dall’essere ottimale.

Vogliamo fare un esempio? Per andare al reparto di Dermatologia dell’ospedale X vi verrà detto di seguire il percorso A, segnalato a terra o sulle pareti con il colore arancione, di prendere uno dei 3 ascensori (F, G o H) e di scendere al piano -1. Un anziano potrebbe dimenticare le indicazioni ricevute dopo pochi passi e confondersi: con tutte le lettere, seguire il percorso G e prendere l’ascensore A e ritrovarsi nel reparto di Oculistica. Reparto nel quale non è previsto ci sia un banco informazioni e dal quale con molta probabilità sapranno forse indicarvi come ritornare all’ingresso ma non alla destinazione voluta.

Alcune aziende ospedaliere cercano di ovviare consegnando al paziente un “promemoria”, un foglietto prestampato con i percorsi da seguire per giungere a destinazione. Una buona soluzione? Solo apparentemente sì.

Provate a mettervi nei panni di un anziano, quasi certamente presbite o miope e immaginare di camminare con gli occhiali per dei corridoi affollati dovendo contemporaneamente guardare avanti, le indicazioni alle pareti ed il foglietto: avrete sempre qualcosa fuori fuoco e come minimo vi girerà la testa. Ovviamente, l’inevitabile stato di stress del paziente non farà che rendere la situazione ancora più difficile.

Un problema irrisolvibile? Ovviamente no: pensate che esistono ormai persino sistemi di navigazione indoor in grado di guidare a destinazione all’interno di un edificio esattamente come un navigatore per auto vi guida per le strade di una città. Non si tratta ancora di soluzioni economiche, purtroppo, ed in tempi di tagli alla sanità non si tratta di soluzioni che ogni struttura può implementare ma dei passi intermedi sono invece alla portata di ogni struttura, anceh con budget estremamente ridotti.

Sarebbe opportuno occuparsi di questi aspetti già nella fase di progettazione delle strutture e non solo successivamente. Uno studio più approfondito dei flussi attesi e del tipo di utenza – spostando quindi il focus sugli utenti e non solo sui servizi erogati – permetterebbe di progettare percorsi più lineari e di disporre la necessaria segnaletica guida in modo opportuno, magari integrandola sin d’ora con un minimo di supporto tecnologico.

Il fatto che ormai quasi ogni italiano possegga almeno un cellulare e spessissimo uno smartphone potrebbe ad esempio facilitare la distribuzione di guide e mappe dei percorsi molto più fruibili di un post-it scritto da un usciere volenteroso.

Posted by Alessandro Nasini on 04/12/2015 00:34 | Commenti (0)


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Ovviamente da noi @maple nessuno è obbligato a fare il pisolino, ma se serve ad essere più lucidi e produttivi, ben venga un momento di relax, quattro passi in giardino, due tiri a canestro un un giro in bici. Quella mezz'ora può essere il miglior investimento della giornata.